Anticamente, nelle case dei benestanti Romani o Greci, dei servi1 avevano il compito di leggere durante i banchetti per intrattenere i commensali o rimediare alla poca vista del padrone di casa. Gli occhiali ancora non esistevano e le lenti d’ingrandimento, simili a quelle che conosciamo oggi, erano assai rare, probabilmente per via della lavorazione, lunga e difficile o perché erano pochissimi gli artigiani in grado di costruirle e comprenderne la logica, ecco il perché dell’esistenza di quei sistemi alternativi come gli specchi e le bocce di vetro piene d’acqua.
Questi mezzi, per lo più elementari, assai grezzi e soprattutto empirici, non erano certo il resoconto di approfonditi studi, bensì il frutto della casualità, che portava spesso l’uomo a scoperte anche non cercate, ma sicuramente molto importanti poiché rappresentavano il presupposto basilare di sempre nuove idee.
Le congetture sulla struttura della luce ed il meccanismo della visione, erano assai confuse e spesso fantasiose, la stessa medicina non aveva posizioni chiare in merito, tanto che ai presbiti venivano prescritti dei trattamenti interni o colliri preparati secondo ricette alquanto discutibili, intrugli contenenti ogni genere di sostanza come la piantaggine, il verderame, il giglio, l’acqua di rose, lo zucchero candito e altro, con cui spennellare gli occhi.
Secondo Pitagora, filosofo e matematico greco (ca. 570 – 495 a.C.) , la visione avveniva mediante l’emanazione di un insieme di raggi che partendo dall’occhio, attraverso l’aria o l’acqua, impattavano nell’oggetto, rimandando l’immagine all’osservatore.
Platone, invece, intorno al 400 a.C. formulò una teoria sul fenomeno della visione, secondo la quale l’osservatore emetteva un “fuoco visuale” che nel combinarsi con la luce solare produceva una sorta di collegamento fra l’occhio e l’oggetto osservato; il “corpo visuale”.
Leonardo da Vinci2 studiò a lungo le modalità attraverso le quali avviene il processo della visione e fece le sue considerazioni confutando quelle già preesistenti di Pitagora e Platone. Ammettiamo, così argomentava, che si osservi qualcosa di così lontano, come potrebbe essere una stella, nel tempo di un battito di ciglio, riuscirebbe questo fascio di luce a raggiungerla e tornare all’osservatore in un tempo così breve? Come si possono emanare di continuo raggi luminosi senza stancarsi o esaurirsi e al buio? Ma ciò che lo incuriosiva di più dal punto di vista anatomico, riguardava l’identificazione e la conformazione dell’organo in cui si sviluppava la visione; il cervello o l’occhio? E il nervo ottico, descritto fino ad allora dai sapienti del tempo, come cavo, poteva esserlo? Non si sarebbero forse confuse fra loro le immagini, nel raggiungere il cervello?
Anche Aristotele, discepolo e critico di Platone generò una sua ipotesi sulla natura della luce, una sorta di primaria intuizione della moderna teoria ondulatoria.
La più antica opera sulla geometria della visione, pervenuta fino a noi, é rappresentata dall’Ottica di Euclide (300 a.C.), mentre Erone di Alessandria, vissuto fra il I ed il III secolo av. Cristo, dimostrò la linearità dei raggi di luce e la legge della riflessione, quella dello specchio fu una delle prime concezioni conosciute dall’uomo.
Gli specchi, solitamente in bronzo, ma anche in oro e argento3, in uso presso la maggior parte dei popoli antichi, compresi i Romani, se non adibiti a semplici usi come lo specchiarsi4 o rafforzare l’illuminazione degli ambienti, svolgevano una funzione di ingrandimento quando venivano plasmati in forma concava o deformavano l’immagine se il tipo di curvatura era diverso o impreciso.
La leggenda narra di Archimede, uno dei più grandi scienziati dell’antichità, che pare fosse uno straordinario conoscitore delle proprietà di questi oggetti prodigiosi, il quale ricevette da Gerone, il tiranno di Siracusa, il compito di realizzare delle macchine belliche a difesa della città,
a tal fine ideò una combinazione di grandi specchi (specchi ustori) che, opportunamente installati sulle mura di cinta, potevano concentrare i raggi solari e dirigerli sulle navi nemiche. La narrazione racconta dell’assedio del console Marcello, nel 212 a.C., il quale si vide prender fuoco le vele, incendiate da un fenomeno inspiegabile. Chissà che stupore provarono i Romani, presi alla sprovvista da questa sorta di antico laser…
Negli anni ’70 del sec. XX, nel porto del Pireo, il greco Jonnis Sakas, ottenne dalle autorità, che 70 marinai della flotta greca, partecipassero a un esperimento pratico con degli specchi ustori speciali, i raggi solari concentrati su una barchetta di legno, posta a 55 metri di distanza, la incendiarono dopo soli 3 minuti. Nel tempo furono comunque molti gli esperimenti condotti mediante l’impiego di varie combinazioni5.
Oltre a questi utilizzi particolari, gli specchi furono usati per leggere fino in epoca tardo-medievale, in forma ridotta, delle dimensioni di una comune lente da lettura6, per un certo periodo in parallelo all’uso degli stessi occhiali.
Lo specchietto concavo, posto di fronte a chi leggeva, permetteva di scorgere i caratteri di una pagina appoggiata al petto, così come se, tenuto lateralmente, quasi in posizione perpendicolare fra l’occhio e il testo (scorrendo), rifletteva ingrandite le lettere.
L’unico inconveniente era rappresentato dal fatto che come in tutte le immagini speculari, gli oggetti erano riprodotti al contrario, così come la scrittura che richiedeva una certa pratica.
Domenico Maria Manni in “degli occhiali da naso “ (1738) trattò le differenze fra “Ocular, oculare, ocularium e specillumc, perspicilium, conspicillum, conspicilium” termini con i quali, per un’errata interpretazione, dagli specchietti si passò a identificare anche gli occhiali e le lenti da lettura.
Nel dialetto di alcuni luoghi, gli occhiali sono ancora oggi chiamati “Spegetti” (Finale Ligure), “Speggetti” (Liguria), “Spechjetti” (pron. Speccetti) (Corsica).
Una testimonianza iconografica dell’uso di questi strumenti si trova in un dipinto di Colantonio del Fiore (1445), conservato nel Museo di Capodimonte a Napoli, raffigurante San Gerolamo che toglie la spina al leone, lo specchietto è incastonato alla base di un corno.
Un altro sistema d’ingrandimento che prelude alle lenti e alla più tardiva “lente ad acqua” era costituito da una boccia di vetro che riempita di tale liquido, ingrandiva i piccoli oggetti e i caratteri visti attraverso la stessa o semplicemente il globo incendiario usato per accendere il fuoco7; il potere ingrandente era attribuito all’acqua.
Questi metodi erano conosciuti dai Romani, ce ne parla Seneca8, il tutore e consigliere di Nerone, nelle “Naturales quaestiones”, e lo stesso Plinio quando spiega come, con l’aiuto del sole, venivano cauterizzate le ferite infette dopo le battaglie ma ne erano a conoscenza anche i Greci e gli Egiziani che poterono vantare la testimonianza di uno dei grandi saggi dell’antichità, Claudio Tolomeo (greco, vissuto ad Alessandria II sec.), il quale, fra le opere scientifiche riguardanti soprattutto il sistema planetario, ne scrisse anche una intitolata “L’Ottica”9, in cui ne spiegò le caratteristiche. Inoltre Plinio, nel narrare della vita di Nerone (“Naturalis Historia”), descrive lo smeraldo con cui l’imperatore usava assistere agli spettacoli circensi, una varietà di berillo di colore verde intenso ( libro 37 cap.V).
“Nero princeps gladiatorum pugnas spectabat smaragdo”
Gli studiosi sono per lo più d’accordo nel non attribuire particolari doti correttive a questo filtro, si pensa che servisse più che altro come vezzo o per nascondere attenzioni o mire diverse. Anche se, su alcuni testi, si racconta che l’imperatore fosse miope, volendo analizzare tale affermazione, nascerebbero dei grossi dubbi o per lo meno interrogativi; era poi miope o cosa, chi lo aveva stabilito e come? Il fatto certo è che gli artigiani del tempo, in grado di sagomare le pietre preziose, sapevano certamente come lavorare le lenti, i sistemi erano similari.
Molte tecniche, con la morte di chi deteneva l’arte, si persero nell’oblio del tempo e furono recuperate, in epoche successive; una delle tante prove, di questo si ha proprio parlando delle lenti che, come vedremo dai ritrovamenti, pare esistessero già nell’antichità, ma qualcuno classifica come un’invenzione medievale10. Ci sarebbe poi tanto da stupirsi se quello smeraldo fosse stato fatto se non casualmente, di proposito con certe caratteristiche? Non potendo analizzare l’oggetto, si potranno formulare solo teorie, sulla base delle nostre conoscenze scientifiche.
All’ottica furono interessati con importanti studi anche gli arabi, Ibn al Haitham (volg. Alhazen) (“Opticae Tesaurus”), considerato il fondatore dell’ottica moderna, uno dei più geniali scienziati islamici, vissuto fra il 990 ed il 1038, fu uno dei più significativi esponenti della “scuola araba” per via dei sui studi che ebbero un ruolo fondamentale nel dimostrare l’inconsistenza delle antiche teorie greche sulla natura della luce e il processo che da luogo alla visione, supponendo l’esistenza di un’agente (denominato dai latini “lumen”) che uscendo dall’occhio fosse capace di generare l’immagine visiva. Inoltre illustrò l’anatomia dell’occhio, il fenomeno della rifrazione e la visione binoculare. La sua esperienza, ripresa duecento anni dopo da un monaco polacco, un certo Vitellione, diede vita a un’opera che rappresentò una base tangibile per i futuri studi in materia di ottica, per tutto l’Occidente.
NOTE
1) Anagnoste: dal greco Anagnòstes da Anagnòsko – leggo e propriamente conosco, così i Romani e i Greci chiamavano il servo incaricato di leggere durante il pranzo.
2) Fine del 1400, manoscritto MS A/B n°2038. Da “Optometria Storia di una Professione” pag.30
3) Nonostante quelli in vetro soffiato comparvero solo ai tempi di Claudio Tolomeo (II secolo), fino al XV secolo gli specchi erano più che altro metallici, soprattutto in argento, nel secolo successivo la fabbricazione di specchi iniziata dai Dal Gallo, rese famosa la Dominante, inizia così la collaborazione fra i vetrai che soffiavano il vetro e gli “specchieri” che tagliavano il bolo prodotto dai primi alle estremità, poi da una parte, lo aprivano, portandolo a misura e dopo aver molato i bordi, lo lucidavano e trasformavano in specchio, applicandovi un amalgama di stagno e mercurio. 4) Demostene, usava preparare i suoi futuri discorsi davanti a uno specchio, per studiarne meglio il linguaggio e l’atteggiamento. Enrico De Lotto – Storia e Tecnologia degli Occhiali – pag. 9
5) Furono innumerevoli i tentativi sperimentali, le testimonianze e gli accenni agli specchi ustori di Archimede, ricordiamo i protagonisti: Giovanni Fontana (1395 – 1454 circa), Leonardo da Vinci (1452 – 1519), Galileo (1564 – 1642), Bonaventura Cavalieri (1598 – 1647), Nel Settecento Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, 1796, durante la Rivoluzione francese, Étienne-Gaspard Robert, Nel 1972 l’ingegnere Mario Pincherle, Nel 2006 è stata ripetuta l’esperienza dal prof. David Wallace del MIT. Etc.
6) La più antica scultura in pietra recante la raffigurazione di uno strumento per aiutare la vista, risale al 1270 e si trova nella rotonda di Maurizio della cattedrale di Costanza.
Il personaggio scolpito, probabilmente Ippocrate, impugna il manico di una lente da lettura o forse di uno specchietto concavo. Nello stesso periodo, un altro riferimento agli specchi come ausilio della vista: “Uno specchio rischiarante per illustrare la scrittura”, ci porta a un manoscritto comprendente cantari cavallereschi custoditi a Heidelberg. Da “Occhiali da Vedere” – pag. 23
7)E’ possibile accendere Il fuoco anche utilizzando un blocco di ghiaccio, opportunamente plasmato.
8) Seneca ne conosceva le ragioni del funzionamento e non solo, sapeva anche che superfici prismatiche di vetro opportunamente sfaccettate, scomponevano i riflessi dei raggi solari nei colori dell’iride.
9) L’Ottica (Tolomeo) comprende una parte sulla riflessione, una sulla rifrazione e i vari angoli di incidenza (acqua – aria; aria – vetro; acqua – vetro), vi è anche una sezione dedicata al colore e al disco ruotante colorato a spicchi, normalmente attribuito a Newton. L’opera rappresenta un importante trattato sul metodo sperimentale.
10) Alcuni testi fanno risalire l’invenzione al secolo XI.

